What's next?
D. P for the first time
La sera dopo jamal ed io Siamo di nuovo davanti all'ingresso del black station
Sono le nove precise dopo avermi agganciato il collare al guinzaglio jamal mi guarda e mi dice
Stasera entri a quattro zampe.come piace a me.
Una volta entrati,vedo che c'è già parecchia gente che quando mi vede entrare si sente dei fischi di approvazione
. Nel corridoio c'era già un uomo che aspettava—giovane, magro, con un cappotto ancora addosso e le mani in tasca—e quando mi vide non sorrise. Guardò Rosa, e Rosa annuì, e lui mi fece cenno di seguirlo verso una porta in fondo al corridoio.
Mi voltai un'ultima volta verso il locale. Attraverso il fumo e le luci vidi Marcos al suo tavolo, con il bicchiere in mano e gli occhi su di me, e vidi gli altri clienti che ridevano e bevevano, e vidi gli specchi che moltiplicano tutto—le facce, i bicchieri, le luci, me.
Poi la porta in fondo al corridoio si aprì, e l'uomo con il cappotto mi fece are per primo, e io entrai nella stanza il rossetto rifatto e la gabbietta che mi pesava, e pensai a Jamal che ha appena ato il mio collare a questo sconosciuto dicendo fammi fare bella figura Sally. pensai che non sapevo a che ora sarebbe finita, e pensai che non importava.
L'uomo si tolse il cappotto e lo posò su una sedia. Chiuse la porta. Si voltò verso di me.
«Spogliati,» disse. «E mettiti in ginocchio.»
Mi misi in ginocchio. Il pavimento era freddo sotto le ginocchia, e il vestito nero mi scivolò giù dalle spalle, e rimasi con il collare e i piercing e la gabbietta e nient'altro, e alzai gli occhi quanto bastava per vedere la sua faccia.
Non sorrideva. Ma non aveva fretta.
L'uomo si tolse la cintura. La posò sulla sedia, accanto al cappotto, con la fibbia che tintinnò una volta sola contro il legno. Non mi guardava come mi guardava Jamal, né come Marcos dal suo tavolo—mi guardava come si guarda un lavoro appena cominciato. Si sedette sul bordo del letto, le gambe larghe, il mento appoggiato a una mano.
«Marcos dice che sei addestrata,» disse. «Vediamo.»
«Sì,» dissi. La voce mi uscì sottile. «Sì, signore.»
«Signore no. Marcos ha detto che stasera rispondi al suo nome.» Si ò il pollice sul labbro. «Chi sei?»
«Sono la puttanella di Master Marcos.»
Annuì, come se avessi letto una riga corretta ad alta voce. Poi si alzò, si sfilò la camicia con calma—piegandola, piegandola davvero, e posando sopra il cappotto—e restò in piedi davanti a me con i pantaloni ancora addosso. Il suo corpo era magro come il suo viso, ossa lunghe, un addome piatto senza un pelo, e il cazzo già mezzo duro che gli premeva contro la stoffa. Mi prese il mento tra due dita e mi alzò la faccia.
«La bocca la usi dopo,» disse. «Prima il culo. Marcos vuole sapere se reggi due cazzi nello stesso buco. Ha detto che è la prova della serata. Se la superi lo rifarai molte, molte altre volte»
Sentii il pavimento sotto le ginocchia farsi più freddo, o forse ero io che tremavo. Due cazzi nello stesso buco. Non l'avevo mai fatto. Jamal me l'aveva promesso, me l'aveva annunciato per settimane—la doppia anale, diceva, è il momento in cui una puttanella smette di fingere di essere qualcos'altro—ma non me l'aveva ancora data. E adesso Marcos la voleva vedere, e io ero inginocchiata in una stanza dietro il bancone con un uomo senza nome davanti a me.
«Sul letto,» disse. «Sulla schiena. Ginocchia al petto. E non ti muovi finché non ti dico io.»
Mi alzai, le gambe molli, e mi distesi sul letto con le ginocchia piegate e le cosce aperte e le mani che si aggrappano al lenzuolo. Il soffitto era macchiato di giallo sopra la lampada. Lui rimase in piedi, prese dalla tasca dei pantaloni un tubetto di lubrificante e lo posò sul comodino, poi si tolse anche i pantaloni e li piegò. Il cazzo gli si alzò libero contro il ventre—lungo, dritto, la punta scura—e lui lo prese in mano e se lo tirò due volte, guardandomi, senza fretta.
«Apri la bocca,» disse. «Voglio sentirti contare. Da uno a dieci. Se salti un numero, ricominci.»
«Sì,» dissi.
«Sì chi?»
«Sì, Master Marcos.»
Si chinò, prese il tubetto, e mi unse il buco—due dita, fredde, che mi giravano dentro piano. Poi prese il mio cazzo in gabbietta e lo sollevò, come si solleva un oggetto per fare spazio sotto, e la gabbietta mi tirò la pelle e mi fece gemere. «Uno,» dissi. «Due.» Spinse dentro la punta. «Tre.» Entrò fino in fondo con un colpo solo, e io persi il conto. «Quattro—cinque—» Lui si fermò, tutto dentro, e mi guardò.
«Hai saltato,» disse. «Ricominci.»
«Uno,» dissi, e la voce mi si spezzò. «Due. Tre.»
Si mosse. Non forte—lento, profondo, ogni spinta che mi apriva fino alla base della schiena. Il lenzuolo mi si appiccica al sudore della schiena. «Quattro. Cinque. Sei.» Sentivo il suo cazzo scivolarmi dentro col lubrificante, il rumore umido che saliva ogni volta che si tirava quasi fuori, e le mie ginocchia che tremano contro le sue costole. «Sette. Otto.» Si chinò e mi prese i capelli con una mano, mi tirò la testa indietro finché non ebbi la gola tesa, e spinse più a fondo. «Nove.» Un altro colpo, più duro, che mi strappò un verso che non era una parola. «Dieci.»
Rimase fermo, dentro di me, col respiro corto. Poi tirò fuori—lento, e il vuoto mi fece stringere l'ano intorno a niente—e si raddrizzò.
«Adesso la seconda,» disse. «E non conti più.»
Aprì la porta. Non me l'aspettavo. Sentii il corridoio, la musica del locale che filtrava da sotto, le voci. E sentii dei i. Due uomini entrarono—il primo grasso, con la camicia aperta e la pancia che gli usciva sopra la cintura, il secondo più giovane, con un cappello da baseball calato sugli occhi. Non li avevo visti nel locale. O forse sì, e non me li ricordavo.
«Marcos dice che è pronta per la doppia,» disse l'uomo senza nome. «Fatela vedere anche a voi.»
«Cazzo,» disse il grasso, e rise. «Una così magra?»
«È addestrata,» disse l'uomo senza nome. «Non è magra. È un buco.»
Si misero ai lati del letto. Il grasso si sbottonò i pantaloni e tirò fuori un cazzo corto e grosso, già lucido; il giovane fece lo stesso, silenzioso, e prese il lubrificante dal comodino e se ne mise una manciata. L'uomo senza nome si sedette sulla sedia, accese una sigaretta, e mi guardò come si guarda una partita.
«Sulla schiena,» disse il grasso. «Ginocchia al petto. E adesso ci stai tu in mezzo.»
Mi misi in mezzo. Il grasso si infilò sotto di me, sulla schiena, e io mi sedetti sopra di lui—lentamente, il suo cazzo che mi entrava da sotto, corto e spesso, che mi apriva in un modo diverso, più pieno e più basso. Poi il giovane si inginocchiò dietro di me, mi prese i fianchi con entrambe le mani, e appoggiò la punta del suo cazzo contro il mio buco, già pieno.
«Respira,» disse l'uomo senza nome dalla sedia. «Se ti tendi, ti strappi.»
Respirai. Il giovane spinse. La testa entrò—a fatica, contro la parete del cazzo del grasso, e io sentii lo stiramento come una bruciatura che mi saliva dalla bocca del culo fino all'ombelico, e gridai. Il grasso rise sotto di me, una vibrazione che mi ò nella pancia. Il giovane spinse ancora, e ancora, e la seconda testa entrò, e io sentii il mio corpo aprirsi su due cazzi che si premevano l'uno contro l'altro dentro di me, e la gabbietta mi pulsava e non poteva fare niente, e le lacrime mi uscirono dagli occhi senza che io decidessi di piangere.
«Ecco,» disse l'uomo senza nome. «Ecco la doppia.»
Cominciarono a muoversi. Non insieme—a turno, uno dentro mentre l'altro si tirava fuori, come due pistoni fuori fase, e ogni volta che uno rientrava io lo sentivo spingere contro l'altro dentro di me, e il mio culo si tendeva intorno a entrambi, e il rumore era umido e forte, e le mie ginocchia non riuscivano più a stare al petto e caddero aperte sul letto. Il grasso mi teneva i fianchi da sotto. Il giovane mi teneva i capelli. Io guardavo il soffitto macchiato e contavo i respiri e non chiedevo niente, perché nessuno mi aveva chiesto di chiedere.
«Dillo,» disse il grasso. «Dillo cosa sei.»
«Sono la troia di Master Marcos,» dissi, e la voce mi uscì rotta a metà.
«E cosa stai facendo?»
«Sto prendendo due cazzi nel culo»
«E ti piace?»
«Sì.»
«Sì chi?»
«Sì, signore.»
Poi all'improvviso si apre la porta e vedo entrare Marcos.
Si avvicina al mio orecchio «come va troietta.ti piace la tua doppia?»
Con la faccia stravolta dal dolore e dal piacere.Mentre da dietro i due uomini continuano a pompare con un filo di voce rispondo.
«Si padrone mi piace..mi piace molto»
Però è un peccato vedere che hai ancora la bocca libera.fa un cenno
a rosa
«Falli entrare..»
E dalla porta entrano altri tre uomini di colore
«Ragazzi la troia ha ancora la bocca libera forza fatevi sotto.»
Uno dei tre si Piazza davanti alla mia faccia col cazzo Già duro e Senza pensarci tanto.me lo spinge fino in gola.
Marcos mi prende un polso.
«Forza frocetto hai anche due mani.puoi fare una bella sega a questi due ragazzi.non li puoi lasciare col cazzo dritto»
Mentre cerco di prendere in mano i due uccelli vedo che Marcos sta girando un video.
« Sally fai una bella faccia felice Questo lo mandiamo al tuo padrone così vede come ti facciano divertire.»
E scoppia in una risata assieme a rosa.
Il giovane dietro di me accelerò. Le sue spinte diventano più corte e più dure, e il grasso sotto di me cominciò a spingere verso l'alto, e io fui presa in mezzo a due ritmi che non riuscivo a seguire, e il mio corpo si arrese prima della mia testa. Sentii il giovane irrigidirsi, sentii il suo cazzo gonfiarsi dentro di me, e poi sentii il calore—a getti, contro la parete del culo, mescolato al lubrificante, che mi colava fuori a ogni spinta. Gemette e si fermò, appoggiato alla mia schiena, e il grasso sotto di me continuò a spingere dentro quel disordine, più veloce, finché anche lui si irrigidì e venne—dentro di me, dal basso, un altro getto caldo che si mescolava al primo, e io sentii il mio culo riempirsi di due uomini e non riuscire a stringere più niente.
Si tirarono fuori insieme. Sentii il vuoto aprirsi dentro di me come una porta, e sentii il seme colarmi giù per il perineo fino al lenzuolo. Il grasso si alzò da sotto e si rivestì senza pulirsi. Il giovane prese il cappello da terra e se lo rimise sugli occhi. Nessuno dei due mi guardò più.
L'uomo senza nome spense la sigaretta sul comodino.
«Bene,» disse. «La doppia è fatta. Ora Marcos vuole vederti in pubblico.»
«Prima però vai con rosa,a darti una sistemata»
Rosa mi dice di seguirla.
Mi porta in una stanzetta dove dove ci sono delle docce.
«Datti una bella ripulita sally.questo e un locale di classe non puoi andare in giro come una vecchia baldracca,devi essere sempre perfetta pulita, truccata,e con abiti sexy e provocanti.Quando hai finito ti lascio nel camerino il vestito che devi indossare per i prossimi clienti»
Era un bustino nero con i lacci reggicalze calze bianche col bordo di pizzo e scarpe di vernice nera tacco alto l'immancabile gabbia,col altrettanto immancabile plug-in XXL.che dopo la doppia penetrazione mi entra senza problemi anche senza lubrificante.
L'uomo senza nome aprì la porta e mi fece cenno di uscire. Il corridoio era più affollato di prima—altri clienti in piedi contro il muro, che bevevano e parlavano, e quando mi videro are qualcuno smise di parlare.
Rosa mi ha tolto i ciondoli ai capezzoli. E li ha sostituiti con due piccoli camli che si fanno sentire ad ogni o.
Marcos era al suo tavolo, con il bicchiere in mano e gli occhi su di me, e accanto a lui c'era Rosa con il vassoio vuoto e la faccia senza espressione.
«Vieni qui,» disse Marcos.
Mi fermai davanti al suo tavolo. Lui posò il bicchiere e mi guardò dall'alto—i capelli, la faccia, crollare, il corsetto..
«Ti hanno aperta,» disse. «Bene. Adesso ti metto dove tutti possono vederti.» Fece un cenno a Rosa, e Rosa prese una sedia e la portò al centro della sala, davanti agli specchi, dove tutti i tavoli potevano guardare. «Siediti di spalle,» disse Marcos.
«Master Marcos—»
«Non ho chiesto niente,» disse. «Ho detto siediti.»
Mi sedetti. Di spalle agli specchi, la faccia verso il locale, e sentii l'aria condizionata sul culo tenuto aperto dal grosso cilindro di gomma che era ben visibile. Gli specchi dietro di me restituivano tutto—le mie natiche rosse, il buco che non riusciva a chiudersi, —
i clienti si voltarono, e qualcuno si alzò in piedi per vedere meglio.
«Ecco,» disse Marcos. «Questo è quello che comprate quando pagate. Non una bocca. Non un culo. Questo.» Prese il bicchiere e bevve. «Adesso resta lì. Se ti muovi, ricominci da capo con Diego. E Diego non è gentile come quelli di prima.»
Rimasi seduta. Le ginocchia mi tremavano, e gli occhi del locale erano tutti su di me—
non più calcolo, adesso. Divertimento. Qualcuno rideva. Qualcuno faceva un commento che non sentivo. Rosa ò accanto a me con il vassoio e non mi guardò. Marcos si versò un altro dito di whisky e tornò a parlare con l'uomo senza nome, che si era seduto al suo tavolo come se niente fosse.
E io restai lì, in mezzo alla sala con il culo aperto e la gabbietta che mi pesava, e contava i respiri, e aspettavo che Marcos decidesse quanto doveva durare.
Non so quanto tempo ò. Imparai a contare le assi del pavimento—le fughe scure tra una e l'altra, il punto dove il legno si era gonfiato sotto lo specchio. Imparai a riconoscere i i di Rosa: il tacco che batteva due volte e poi si fermava, perché Rosa aveva un ginocchio che le faceva male e non lo diceva a nessuno. Imparai che se tenevo gli occhi bassi il collo mi doleva meno, e che se li alzavo trovavo sempre qualcuno che mi stava già guardando.
Un uomo si alzò dal tavolo più lontano. Era grosso, con la camicia bianca tirata sul petto e un orologio d'oro che gli brillava al polso ogni volta che alzava il bicchiere. Venne verso di me senza fretta, con le mani in tasca, e si fermò a due i dalla sedia.
«Quanto?» chiese, ma non a me. La domanda era per Marcos.
«Dipende da cosa vuoi,» disse Marcos dal suo tavolo, senza voltarsi. «La bocca è gratis. Il resto lo contratti con me.»
L'uomo rise. «La bocca è gratis per tutti?»
«Per chi paga il tavolo,» disse Marcos. «E tu paghi il tavolo.»
L'uomo mi guardò—la faccia, il collo, le cosce aperte sotto il vestito alzato. Poi si sbottonò i pantaloni con una mano sola e tirò fuori il cazzo, già mezzo duro, e me lo mise davanti alla bocca senza dire niente. Non chiese. Non aspettò. Io aprii la bocca perché era quello che c'era da fare, e lui entrò, e il sapore era salato e freddo di whisky, e io chiusi gli occhi e lo presi.
«Guarda me,» disse. «Non il pavimento.»
Alzai gli occhi. Lui aveva la faccia larga e rossa e mi guardava dall'alto, e io lo presi più a fondo, la gola che si apriva, il collo teso sotto il collare. Sentii il tondino d'oro premere contro la trachea. Lui mi mise una mano sulla testa, non per spingere—per tenermi lì—e cominciò a muoversi piano, avanti e indietro, guardandomi negli occhi come se stesse leggendo qualcosa che avevo scritto sulla faccia.
«Ecco,» disse, piano. «Così.»
Dal tavolo accanto qualcuno fischiò. Un altro batté le mani due volte, lento, come si applaude uno spettacolo che non merita molto. Io continuai. Il cazzo gli si gonfiò in bocca, e sentii il sapore cambiare, più amaro, e le sue dita mi si chio tra i capelli. Non mi tirava. Mi teneva. E io pensai, con la bocca piena, che nessuno mi aveva mai tenuta così—come se fossi una cosa che valeva la pena di non far cadere.
«Ti piace,» disse lui. Non era una domanda.
Non potevo rispondere. Annuii con la bocca ancora intorno a lui, e lui rise, un suono corto che gli venne dalla pancia, e spinse più a fondo finché non mi andò nei peli, e io sentii la gola chiudersi e le lacrime salirle agli occhi e non mi tirai indietro. Restai lì. Contai fino a tre nella testa. Poi lui si tirò fuori, si prese il cazzo in mano e si fece due volte, veloce, e venne—sul mio viso, sulla guancia sinistra, un po' sul collare, caldo e appiccicoso, e io tenni gli occhi aperti perché lui me l'aveva detto.
Si ripulì il cazzo sulle mie labbra. si rimboccò la camicia e tornò al suo tavolo senza dire niente. Nessuno degli altri si mosse. Il seme mi colava dalla mascella sul collo, e io non potevo asciugarlo, perché Marcos non lo permette.
«Bene,» disse Marcos, e finalmente si voltò verso di me. «Adesso Devi darti una ripulita
«Rosa, portale un panno.»
Rosa venne con un panno umido e mi pulì la faccia come si pulisce un tavolo—veloce, senza guardarmi negli occhi. Poi mi rimise il rossetto. Poi si allontanò con il vassoio, e io tornai a contare le assi del pavimento, e il seme sul collare si asciugò in una macchia chiara che nessuno pulì.
ò un altro uomo. Poi un altro. Il secondo volle la bocca e basta, e fu veloce. Il terzo volle che mi alzassi dalla sedia, che mi piegassi sul tavolo con le mani appoggiate al legno e il vestito ancora alzato, e mi prese da dietro in piedi, con le sue cosce contro le mie, e io sentii il seme vecchio dentro di me fare da lubrificante al suo cazzo, e lui gemette e disse una parola che non era il mio nome, e venne anche lui, e si tirò fuori e mi lasciò piegata sul tavolo con la faccia contro il bicchiere di qualcuno.
«Alzati,» disse Marcos, quando il terzo se ne fu andato. «Torna sulla sedia. Di spalle. Vestito su.»
I stood up. My legs were shaking, and the semen was dripping down my thighs inside my fishnet stockings, and I sat back down in the chair and lifted my dress, and the mirrors behind me reflected the same thing as before, only worse—the hole redder, more open, the semen that now belonged to three men and was no longer distinguishable.
"Look," Marcos said to the diner. "Look what's left when you're done. This is the work. It's not the mouth. It's not the ass. This is what's left."
No one laughed this time. Some nodded. Some looked at the bottom of their glass. And I sat there, with my dress up and my thighs spread, waiting for Marcos to decide enough was enough.
He didn't decide. He got up from the table, walked over, and stood before me with his hands in his pockets. He looked down at me—at my hair, my face, my neck, the cage weighing me down between my thighs.
"They opened you, they used you, they put you on display," he said. "And you're still here. On the chair. With your dress up. Like I told you." He leaned over and spoke softly, just for me. "This is what I wanted to see. Not the double. This."
He straightened up and nodded to Rosa.
"Take her upstairs," he said. "And tomorrow I'll bring her back to Jamal. She ed the test."
Rosa grabbed my arm and pulled me up. My dress fell off me, and my fishnet stockings clung to my thighs, and I followed her toward the stairs, my semen still dripping from me, and I didn't look back, because there was nothing to see that I hadn't already seen.
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